venerdì 5 giugno 2015

Pier Paolo Pasolini: "Il vuoto del potere" ovvero "l'articolo delle lucciole".

La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale "Il Politecnico", cioè all'immediato dopoguerra..." Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul "Politecnico" non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del "Politecnico", ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa. Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole". Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel "Politecnico": la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali": appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul "Politecnico" poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI - sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel "Manifesto" parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole
I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio,
aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché
l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico.
Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era
completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse celebrato l'anno prima. È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia.
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola. Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli uomini di potere?". La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione - ossia "durante" la scomparsa delle lucciole – gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal '69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere. Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico.
In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola.

Corriere della Sera, 1 Febbraio 1975

Luca Martis

lunedì 1 giugno 2015

Elezioni Regionali 2015: un'analisi diversa.

A differenza di come il metodo comune calcoli i risultati delle elezioni, è preferibile, almeno dal mio punto di vista, andare a calcolare il numero di voti effettivi, in modo da tener conto sia dell'eventuale perdita e dell'eventuale guadagno di voti, sia del numero di persone che non sono andate a votare, il grandissimo popolo degli astenuti quindi. Si tratta di un lavoro noioso persino da leggere, ma necessario se si vuole avere un'idea chiara e reale della situazione politica italiana.

Questi sono i risultati:

Campania: Vincenzo de Luca perde circa 250.000 voti (da 1.258.000 a 987.000). Il PD registra un calo di circa 100.000 voti (da 589.000 a 443.000). Caldoro, della coalizione di centro-destra, che aveva vinto nelle precedenti elezioni, perde circa 600 mila voti, posizionandosi oggi in seconda posizione. Il M5S con la Ciarambino, ne guadagna circa 400 mila rispetto al 2010 con Fico (da 39.000 a 420.000). 

Puglia: la coalizione di centro-sinistra capitanata da Emiliano da 1.036.000 voti guadagnati con Nichi Vendola, questa volta perde circa 300.000 voti (791.000 in tutto). Il PD ne perde circa 100.000 passando da 410.000 a 316.000 voti. Schittulli, coalizione di Fitto, ne perde circa 350.000 se si considerano le due coalizioni di centro-destra unite (da 899.000 a 540.000 voti) mentre il M5S, presente per la prima volta alle Regionali in Puglia, con Laricchia ne prende 309.000, oltrepassando così il centro-destra.  

Veneto: Ahimè, anche Zaia perde circa 400.000 voti (da 1.528.000 a 1.107.000). La coalizione di centro-sinistra ne perde circa 200.000 ( da 738.000 di Bortolussi ai 502.000 della Moretti), e più precisamente il PD ne perde circa 150.000 (da 456.000 a 308.000). Invece in controtendenza rispetto agli altri, il M5S ne guadagna ben 180.000 rispetto al 2010 (passando dagli 80.000 di Borrelli ai 262.000 di Berti). Non ha giovato alla Lega e a Zaia la scissione con Tosi; se unissimo i voti la perdita di Zaia sarebbe stata meno ingente (100.000 voti).

Umbria: Marini, della coalizione di centro-sinistra, perde circa 100.000 voti (da 257.000 a 159.000) mentre il PD ne perde circa 20.000. La coalizione di centro-destra con Ricci ne perde 20.000, con un incremento della Lega Nord pari a 30.000 voti. Rispetto al vecchio Popolo delle Libertà, Forza Italia ne perde circa 100.000. Prima comparsa invece per il M5S, il quale guadagna con Liberati 53.000 voti. 

Toscana: Enrico rossi, coalizione di centro-sinistra, perde circa 400.000 voti (da 1.053.000 a 656.000), mentre il PD ne perde circa 30.000. Se nel 2010 la coalizione di centro-destra (Lega Nord e Popolo delle Libertà) guadagnava 608.000 voti, nel 2015 Borghi, coalizione Lega Nord e Fratelli d'Italia, ne guadagna approssimativamente 100.000, mentre Forza Italia con Mugnai ne perde 300.000.  Se sommate queste due parti, che ricordo nel 2010 erano unite, osserviamo un calo di circa 200.000 voti. Prima comparsa ancora del M5S, che con Giannarelli ne guadagna 205.000.

Marche: Luca Ceriscioli, coalizione centro-sinistra, perde circa 150.000 voti (da 409.000 a 251.000), mentre il PD ne perde circa 40.000. Se nel 2010 Marinelli, Popolo delle Libertà e Lega Nord, guadagnava 306.000 di voti, nel 2015 i due partiti si presentano divisi; pertanto Acquaroli,  Lega Nord e Fratelli d'Italia, guadagna circa 60.000 voti, al contrario di Forza Italia che ne perde circa 160.000 con Spacca. Se dovessimo unire le due coalizioni per fare un parallelo con il 2010, il centro destra perde circa 100.000 voti. Prima comparsa del M5S, che guadagna con Maggi 133.000 voti al primo colpo.

Liguria: Toti, coalizione di centro-destra, perde circa 160.000 voti (da 389.000 a 226.000); Lega Nord ne guadagna circa 30.000 ma Forza Italia ne perde ben 150.000. La coalizione di centro-sinistra, che nel 2010 aveva vinto le elezioni con Burlando, nel 2015 arriva seconda con Paita, totalizzando una perdita di voti pari a 240.000 voti (da 424.000 a 226.000). Il PD invece ne perde circa 80.000. Nuovamente prima comparsa del M5S, che guadagna con la Salvatore, 163.000 voti.

L'affluenza varia dal 50% al 57%, pertanto gli astenuti risultano ancora i vincitori di queste elezioni. 
Come si può evincere da quest'analisi, il partito, o in questo caso meglio dire movimento, che ha guadagnato il maggior numero di voti rispetto al passato è il M5S, ovviamente aiutato dal fatto che in molte regioni nel 2010 non era presente.  Anche la Lega Nord guadagna parecchi voti. 
Vari sono i fatti fondamentali da sottolineare:
- se dovessimo confrontare i singoli partiti, il M5S si presenterebbe come una delle forze nazionali più importanti, pareggiando e/o superando (vedi caso Liguria) i singoli partiti presenti nelle coalizioni;
- le coalizioni di sinistra e di destra sono composte da numerosi micro-partitini, importantissimi per le realtà locali dato che la coalizione estende il proprio gioco d'interessi, coinvolgendo personalmente un numero maggiore di votanti (parlo proprio della trama di relazioni, lecite o illecite che siano, radicata nella politica locale italiana). 
- se teniamo conto del fatto che il PD è al governo e Renzi sta provando in tutti modi di apparire in maniera degna con tutte le riforme che sta attuando (apparentemente positive ma nella sostanza negative), si capisce come la gente stia pian piano alzando la testa e scorgendo non più l'ombra tanto carina, bensì le vere fattezze di questo politicante neo-liberista, servo dei poteri forti;
- a differenza di quanto dicono i mass media, non c'è cosa più lontana della resurrezione di Berlusconi; la sua morte politica è ancora lentamente in atto, nonostante la vittoria di Toti.
Ciò che bisogna capire è che le rivoluzioni e i cambiamenti radicali non avvengono nel giro di due anni, e tutte le elezioni che si stanno susseguendo dal 2013 ad oggi ne sono la prova. Una lenta scalata verso il cambiamento sta avvenendo, e il Potere sta giocando lentamente tutte le sue carte: Monti, Letta, Renzi; ha perfino deciso di rivelare la sostanziale uguaglianza di Destra e Sinistra col patto del Nazareno, e tutto questo per perpetuare l'insostenibile sistema neo-liberista. Come già annunciato in precedenti articoli, vedremo ancora cose mai viste. Ebbene, più il Potere si troverà in difficoltà e più la situazione peggiorerà, e noi a quel punto dovremo essere coraggiosi.

Luca Martis.


domenica 16 marzo 2014

Il blog si apre anche a voi!

A tutti i lettori del nostro blog e non solo, siamo lieti di comunicarvi che "Il Pensiero divergente" apre le porte a tutti voi che ci seguite. Da oggi infatti saremo disponibili a pubblicare i vostri articoli, i vostri pensieri, le vostre storie e, perché no, anche la vostra arte! Dovete solamente inviare una e-mail all'indirizzo lucacorradoblog@gmail.com . Dopo averne presa la visione, una volta alla settimana metteremo online ciò che ci inviate. 
Eventuali post che non rispecchiano l'animo di "Il Pensiero divergente" verranno scartati. 
Mi raccomando, partecipate numerosi e non abbiate timore. Per ogni dubbio inviateci una e-mail e non esiteremo a rispondervi. 

giovedì 27 febbraio 2014

La vera rivoluzione che abbatte il sistema.

E' palese ormai già da tempo, ma da quando l'ultima crisi economica è venuta alla luce ancora di più, l'idea che l'attuale sistema capitalista ha fallito. Due sono le domande che bisogna porsi per determinare se questa affermazione possa risultare esatta:
-sta funzionando il sistema? Le numerose crisi economiche che si sono susseguite ne sono una testimonianza certa, il sistema non funziona. L'ambizione alla ricchezza, che si traduce in ambizione al potere (caratteristica basilare del capitalismo) crea inevitabilmente i mali che oggi ci ritroviamo inutilmente a combattere. La speculazione in borsa, la corruzione della politica e le magagne dei poteri forti non possono essere eliminate proprio perchè sono prodotti del sistema;
-i valori che si stanno sviluppando rispecchiano effettivamente ciò a cui l'essere umano aspira, ovvero la felicità? Basta guardarsi intorno per rispondere a questa domanda. La competitività propria del capitalismo s'incarna ovviamente anche nei meandri della società, traducendosi nella cosiddetta "scalata sociale". L'odio, l'invidia e l'egoismo che ne scaturiscono non sono di certo in sintonia con l'idea di felicità, anzi la distruggono.
Una volta arrivati alla conclusione che l'attuale sistema è nocivo, come lo si può cambiare in maniera radicale? La prima soluzione, probabilmente istintiva, è l'uso della violenza. La rivoluzione armata rieccheggia sempre nei periodi di crisi ma questo non significa affatto che essa sia la strada da imboccare. Quando una soluzione si è gia attuata e i suoi frutti sono stati decisamente fallimentari, allora bisogna scartarla a priori. Gli anarchici della Guerra civile spagnola si lasciarono alle spalle numerosissimi morti, giustiziando non solo i clericali e le categorie che avevano identificato come nemiche della causa, ma anche cadendo in errore e uccidendo persone che non c'entravano assolutamente nulla. Una spirale d'odio che gli si ripercosse contro.
Inoltre, bisogna rendersi conto che una rivoluzione violenta nel XXI secolo non può sussistere, non è fattibile. I tempi cambiano e anche i mezzi devono cambiare.
Ma esiste un modo necessariamente giusto per abbattere un sistema così radicato nella vita e nel pensiero delle masse? La risposta a questa domanda la si può trovare in un'altra domanda... Come si crea un'influenza importante nei confronti delle masse pari a quella esercitata dalla società dei consumi? 
Attraverso una rivoluzione culturale che parte da nuovi intellettuali e che abbraccia i campi della filosofia, della politica, della scienza, della letteratura, dell'arte e della musica; un nuovo movimento culturale vecchio stile che abbia come unico obiettivo il perseguimento della felicità nel giusto.


Luca Martis


giovedì 20 febbraio 2014

I limiti del mondo moderno

Viviamo in una società frenetica, in cui spesso corriamo ma spesso non sappiamo in che direzione andare. Siamo condizionati dagli schemi imposti dalla società e alla fine non riusciamo a esprimere noi stessi perché siamo paralizzati da un sistema che da noi non chiede l'auto-realizzazione, ma il profitto. E quando un sistema entra in crisi (come d'altronde accade dal 2008), difficilmente pensiamo a come il problema si sia originato, ma pensiamo subito a come risolverlo nel minor tempo possibile (o almeno, questa è la logica dei governi).

In tempi di recessione economica, stringere la cinghia e andare avanti è cosa dovuta. Dinanzi a queste situazioni, tendiamo a pensare che questi crack siano fisiologici, che la ripresa è alle porte e che ne usciremo meglio di prima.
La ricetta per uscire dalla crisi? Rilanciare i consumi e diventare competitivi: col primo obbiettivo incrementiamo il PIL, col secondo avremo delle aziende leader nei profitti.
Queste affermazioni, che possono risuonare come giuste ed efficaci (anche perché le abbiamo sentite tante e troppe volte), dietro di loro nascondono un sistema becero e sprecone, sordo alle esigenze umane e felice ai numeri.

Per quanto riguarda il PIL, la critica più stringente è che non tiene conto delle istanze umane più basilari (come il garantire cibo, acqua, istruzione, salute alle persone) e punta tutto sulla produzione illimitata di oggetti che dovranno essere comprati, rotti e ricomprati dalla società. Il sistema così esce fuori dalla sua dimensione umana ed entra in quella numerica in cui ad essere importante non è più la condizione di vita delle persone, ma l'accumulare più cose possibili per garantire profitti e PIL. E' la quantità che primeggia sulla qualità.
A fine post vi ho allegato il discorso di Robert Kennedy (fratello del presidente John) che meglio di tutti descrive questo scellerato indice di 'sviluppo' umano.

Il sistema del PIL non è solo ingiusto con le persone (cioè noi), ma è addirittura controproducente: in esso sono inclusi anche gli sprechi di cibo, di energia, gli incidenti automobilistici etc. Insomma, non solo il sistema per valutare il benessere delle persone si basa sul consumo e non sulle persone stesse, ma trova sua linfa vitale anche nello spreco. Infine, ecco una domanda che si pongono decrescisti e critici di questo 'sviluppo': “Come è possibile che in un mondo di risorse finite si generi una crescita infinita?”. Lasciamo le riflessioni ai nostri lettori.

Anche la stessa competitività aziendale riserva qualche pro e molti contro... Di fatti, se è vero che un'azienda che va bene assume nuovi lavoratori e garantisce occupazione, bisogna stare attenti alle condizioni di lavoro imposte: le piccole imprese, per poter competere con quelle maggiori, spesso sono costrette ad operare licenziamenti e nella migliore delle ipotesi a rinegoziare i contratti togliendo fondi alle politiche sociali del lavoratori. Così facendo si arriva alla situazione paradossale nella quale l'azienda registra il segno più nei bilanci, ma i lavoratori (cioè le persone) arrivano a percepire salari più bassi ed hanno meno tutele sociali (d'altronde da qualche anno si parla di togliere o di limitare l'articolo 18). La beffa è che spesso la competizione viene fatta da quelle multinazionali che devono la loro fortuna alla manodopera a basso costo e al disinteresse verso i diritti di chi li fa guadagnare. E noi, per competere, dobbiamo abbassarci a loro?

Evidentemente nel sistema del mercato qualcosa non va. La mera concorrenza fa perdere diritti, l'incremento dei consumi fa sprecare risorse: forse anziché provare a rimettere in sesto un sistema illogico agli umani e logico ai numeri e ai consumi, bisognerebbe essere un po' più folli e proporre nuove idee, un nuovo modo di guardare alla realtà e allo sviluppo, quello vero, della società.

Corrado Schininà



martedì 18 febbraio 2014

Oltre la comicità: Bill Hicks.

William Melvin "Bill" Hicks (1961-1994), nasce a Valdosta, in Georgia.  Cresciuto nel bigottismo di una famiglia di fede battista, Hicks si dissocia ben presto da questo tipo di educazione religiosa. Scrisse sketch fin da ragazzo e inizia a lavorare nel locale Comedy Workshop a Houston, dove sviluppa il suo talento per l'improvvisazione. Dopo l'esperienza dell'università, incontra il mondo della droga, una tematica molto presente nei suoi spettacoli. Il successo comincia nel 1984, quando David Letterman lo invita a partecipare nel suo programma, restandone colpito, ma il vero successo arriva negli anni Novanta, pubblicando album quali One Night Stand, Relentless e Reveletions, riscuotendo grande fama pure nel Regno Unito e in Irlanda. Non regge l'uso abbondante di sostanze stupefacenti e, diagnosticato un cancro del pancreas, muore mentre lavorava alla realizzazione dell'episodio pilota di un nuovo talk-show, puntata poi trasmessa nel 2004. 
Gli argomenti che caratterizzano i suoi spettacoli sono molto vari e controversi: dai temi della tossicodipendenza e l'elogio dei particolari effetti di droghe come marijuana, LSD e funghi allucinogeni, alla la religione e il suo bigottismo contradditorio, dalla pubblicità al sesso. Uno dei must è l'assassinio di John F. Kennedy, in cui espone una certa tendenza al cospirazionismo verso questo evento.
Bill Hicks non è un comico normale. I suoi tour sono irriverenti, stravolgono il pensiero degli spettatori più moralisti e intensificano le idee di quelli più aperti mentalmente. Lo scopo del suo spettacolo, come spiega in un intervista della BBC nel 1992, è quello di interagire con il pubblico come se fosse un proprio amico, e di instaurare un dialogo che verta su argomenti seri, tutto ciò con l'uso di una comicità pungente, mostrando così le contraddizioni dei vari temi trattati. Il suo intento era quello di far pensare.
Dopo aver capito il suo modo di fare è facile intendere che il fine del comico statunitense non è solo quello di far ridere la gente; dietro la maschera della comicità si nasconde infatti una filosofia che promuove palesemente la libertà di scelta di ogni individuo, senza che essa intacchi ovviamente la libertà altrui. Hicks crede fermamente che la vita sia solo "un giro di giostra", al quale decidiamo di partecipare e che non ha una vera importanza perché prima o poi scenderemo da quella giostra, come per dire che la nostra vita non è nient'altro che un momento di un'esistenza ben più lunga e rilevante. Per rendere più vivibile questo giro di giostra però bisogna compiere una scelta fra paura (ovvero la diffidenza e la sfiducia verso il genere umano) e l'amore (ovvero vedere tutta l'umanità come una cosa sola). Qui sotto vi proporrò proprio lo spezzone dello spettacolo in cui espone la sua particolare visione delle cose appena riportata. Buona visione!

Luca Martis

venerdì 14 febbraio 2014

Il colpo di Stato non è ancora finito!

La pagliacciata è iniziata nel novembre del 2011 e continua inesorabilmente come se niente e nessuno potesse fermarla. Più che una pagliacciata, sembra un incubo dal quale il popolo italiano non vuole svegliarsi. Comincia tutto con la nomina del governo tecnico presieduto da Mario Monti (targato Bilderberg e Goldman Sachs) e voluto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l'unico che ha avuto l'onore di ricevere per due volte consecutive il mandanto alla presidenza della Repubblica. Probabilmente tutto ciò non bastava ai poteri forti, quindi hanno pensato bene di rendere le elezioni dell'aprile 2013 un'ennesima pagliacciata; Napolitano nomina Enrico Letta (targato anche lui Bilderberg e Trilaterale) che a sua volta nomina vari ministri amici dei poteri forti, come Emma Bonino, anche lei amante delle riunioni segrete che il Club Bilderberg svolge annualmente. L'ennesima tappa è stata segnata ieri, quando per un motivo o per un altro il PD ha deciso di sfiduciare Letta e di far entrare al suo posto il "volto nuovo e giovane" della politica Matteo Renzi, sempre senza consultare l'ormai irrisoria sovranità popolare. 
La scalata politica del nuovo governante d'Italia è già nota: prima viene eletto presidente della provincia di Firenze, poi diventa sindaco della città rinascimentale e infine, dopo vari conguagli, diventa segretario del PD sbaragliando gli avversari Cuperlo e Civati. Non poteva certamente rinunciare alla presidenza del  Consiglio. Interessante risulta l'intervento nel blog di Beppe Grillo, che afferma "Letta e Renzie sono dei prestanome, utili a chi li ha sostenuti e li sostiene. Marionette. Il Parlamento e lo stesso Governo sono un'illusione ottica e il Quirinale una monarchia. Dall'esterno il cittadino assiste a una squallida lotta tra bande per il potere mentre <nel fango affonda lo stivale dei maiali>". Questo ragionamento diviene logico se si pensa che Renzi otterrà il controllo delle nomine delle aziende di Stato (ENI, ENEL, Finmeccanica) che scadranno tra due mesi.
Ma perchè hanno licenziato Letta? Non rendeva bene l'incarico di Premier dei poteri forti? Eppure il suo curriculum era abbastanza promettente. Lo Sai, un blog d'informazione controcorrente dà una probabile risposta a questa domanda sostenendo che le dimissioni siano state causate anche da una frase detta alla trasmissione Otto e mezzo e nel quale sosterrebbe che se avesse la possibilità di stampare moneta risolverebbe i problemi. Personalmente la ritengo un'esagerazione, ma le vie dei poteri forti sono infinite e quindi purtroppo il dubbio rimane.
I tragici eventi della democrazia italiana continuano e, dopo la ghigliottina messa in atto da Laura Boldrini, sembra che il potere decisionale degli italiani sia stato messo da parte per perseguire un interesse sempre più grande: Europa docet oramai, se non si è sulla prospettiva giusta si viene tagliati fuori! E' successo al festaiolo Berlusconi, è successo al Movimento 5 Stelle, è successo agli italiani. Il mostro di cui non conosciamo l'identità avanza, si percepiscono le sue magagne, si rendono palesi, ma nonostante ciò buona parte della gente non vuole rendersi consapevole e vede in Renzi un buon sostegno per quest'Italia sfinita e all'ultimo respiro. Il PD fa previsioni fino al 2018, non conscio probabilmente dell'ancora instabilità che si ripercuote nella politica italiana. L'infinito colpo di Stato continua e ne vedremo delle belle!

Luca Martis

lunedì 27 gennaio 2014

Uno sguardo sul cinema: Stanley Kubrick.

Stanley Kubrick (1928-1999) è stato uno dei migliori cineaisti della storia del cinema. Nato il 26 luglio 1928 a New York, sin da bambino si interessa ai miti dell'antica Grecia e alle fiabe nordiche, coltivando anche la passione per il Jazz e per gli scacchi. Accanto a questi hobby possiamo trovare anche la fotografia, nota fondamentale nella sua biografia poichè grazie ad una foto venduta alla rivista Look ritraente un edicolante rattristato dalla morte di Roosvelt, comincerà la sua carriera fotografica, proseguita attraverso studi artistici di fotografia e con un lavoro dopo il diploma, ottenuto con grande sforzo, per la medesima rivista. Nel mentre approfondisce anche l'interesse per la filosofia, soprattutto per quella di Nietzsche.
Dopo quattro anni di studio all'accademia di arte cinematografica si dedica al cinema, riscuotendo un discreto successo con i cortometraggi. Inizia la sua carriera da regista nel 1953, producendo il primo lungometraggio Paura e desiderio.
Le caratteristiche fondamentali del suo cinema che permettono di distinguerlo dal lavoro di altri registi sono: la passione per la fotografia, dato che Kubrick studiava attentamente l'inquadratura con una cura inimmaginabile per l'illuminazione, per la prospettiva e per la posizione degli attori in scena; la musica, con la quale sottolinea i momenti particolari dei suoi film; il tempo prolungato ed estenuante, elemento che ha sperimentato in ogni suo film; la versatilità con il quale si destreggia nei vari generi cinematografici, dall'horror (Shining, 1980) al fantascientifico (2001:Odissea nello spazio, 1968), sino ai film di guerra (Full Metal Jacket, 1987). Inoltre il cinema di Kubrick non esprime mai una morale, lasciando allo spettatore la totale autonomia di valutazione.
Qui sotto vi proporrò lo spezzone finale del film 2001:Odissea nello spazio, un film molto particolare dato che incarna in sè la filosofia dell'Oltreuomo di Nietzsche (perfettamente deducibile in ciò che vi sto proponendo). Il film è diviso in quattro parti: 
- la prima parte è ambientata in Africa e vede come protagonista un gruppo di ominidi che, a seguito dell'arrivo di un monolite nero, imparano ad usare strumenti utili per la sopravvivenza; 
- la seconda parte ci catapulta in un futuro in cui le missioni spaziali sono nella norma. Il dottor Floyd è in missione in una base lunare dopo il ritrovamento di un monolite nero sotterrato; 
- nella terza parte il tema principale sarà l'intelligenza artificiale, che si ribella all'uomo. Uno degli astronauti, David Bowman, riesce a disattivare il supercomputer HAL 9000; 
- nella quarta ed ultima parte, Bowman avvista il monolite nero e mentre cerca di avvicinarsi con una capsula, lo spazio viene cancellato. E' così che si ritrova in una stanza stile Impero, dove sopravvive e dove vede se stesso invecchiare. Quando raggiunge lo stato massimo della sua vecchiaia rinasce in forma di feto cosmico e scruta la terra.
Viene fatto intendere che Bowman ha subito un' accellerazione evolutiva, impersonando così l'Oltreuomo di Nietzsche, concetto reso ancora più chiaro dalla musica che accompagna l'intera scena, ovvero Così parlò Zarathustra di Richard Strauss.

Luca Martis

sabato 25 gennaio 2014

L'ebbrezza della felicità e della nostalgia

Torno a scrivere dopo un lungo periodo di stop nel quale sono tornato nella mia terra natale per trascorrere le tanto attese vacanze. Il tema che ho deciso di trattare oggi è abbastanza personale, ma credo che nella mia stessa situazione si potranno identificare molti studenti fuori-sede...

Trasferirsi in un'altra città, ambientarsi, organizzarsi e stravolgere totalmente i propri stili di vita deve essere un qualcosa di traumatico per tutti ed io ovviamente non ho fatto eccezione. All'inizio non sapevo neanche da dove cominciare, tra casa, studio e conoscenze... Pian piano però i rapporti si legano, a casa si diventa meno maldestri e la nuova vita di solito piace. A Bologna ho passato tre mesi di fila, da settembre a dicembre, e nonostante ci avessi preso gusto a vivere nella città dei portici, la voglia di tornare a casa c'era.

Quando finalmente rimisi piede in Sicilia, era la notte del 20 dicembre, riconoscere la propria strada, rientrare in casa e risalutare tutti, ricordarsi degli odori e delle avventure domestiche passate, mi ha trasportato in una strana dimensione: non avevo scordato la mia vecchia vita, l'avevo semplicemente sospesa ed ero felice di riprenderla. I giorni successivi li passai con gli amici, nuovi e d'infanzia, e nel mese abbondante nel quale mi sono intrattenuto nella mia città posso sicuramente trarre un bilancio molto positivo. Bella la vita a Bologna, ma casa è sempre la casa.

Tra famiglia e amici un mese è praticamente volato, sembra la solita mielosa e banale frase, ma nel mio caso è stata particolarmente vera. Il pensiero di ripartire negli ultimi giorni mi rendeva combattuto: Bologna e la vita che facevo mi mancavano, ma il pensiero di altri tre mesi fuori casa mi appesantiva l'umore. La sera prima della partenza, fatti i bagagli, mi sono affacciato fuori, nel balcone, ed ho vissuto un minuto di riflessione particolarmente intenso, nel quale ho avuto la percezione di rivivere in un flash queste vacanze... Mi sono ricordato di quando ero arrivato, delle sere passate tra gli amici d'infanzia e quelli più recenti, dei giochi in famiglia; tutto vissuto nel giro di pochissimi istanti. Il giorno dopo l'aereo mi aspettava e staccai il biglietto.

Ora scrivo dalla mia stanza a Bologna, il sud mi manca, non lo nego, ma le esperienze si fanno e i ricordi si conservano. Questa pausa è stata utile e benefica. La nostalgia è utile per capire che in determinati contesti si è stati felici.

Ieri ho rivisto tutti i miei cari amici e colleghi “del nord”. Adesso sono di nuovo contento, la felicità arriva sempre ed esistono vari modi per godersela. Bologna è qui, sono soddisfatto di esserci. 


Corrado Schininà

giovedì 23 gennaio 2014

La coscienza come processo di crescita.

Certe volte, se una persona ci riflette su si renderà conto di quanto la religione e la filosofia abbiano influenzato la nostra visione delle cose e in questo modo modificato nettamente il nostro pensiero. Il soggetto analizzato in questo post sarà la coscienza, o almeno cosa pensiamo che sia; si perché sembra tanto ovvio, quando in realtà di ovvio non ha proprio nulla. L'idea della coscienza come attività riflessiva del pensiero che comunica con il mondo esterno attraverso il corpo è un concetto ormai assimilato e che deriva in sostanza da due influenze: il cristianesimo, in cui è presenta il concetto religioso di anima, vista come parte vitale e spirituale di un essere vivente; il dualismo cartesiano, che coincilia l'idea di anima in una visione più laica, quella della sostanza pensante (res cogitans), incorporea, consapevole e libera, risolvendo il rapporto tra sostanza pensante e sostanza estesa (res extensa) attraverso la ghiandola pineale, la zona del cervello in cui risiederebbe il nostro <Io>.
Questa cultura dell'essenza assimilata e data per scontata dall'Occidente, viene a scontrarsi con una visione molto diversa che personalmente ho conosciuto nel libro di Denis Noble "La musica della vita". Nell'ultimo capitolo si viene a scoprire come nella cultura orientale cinese il concetto di <Io> non esiste, il linguaggio non lo ammette.
Come dobbiamo reagire davanti alla presenza di culture che destabilizzano il nostro modo di vedere le cose? Evidentemente queste visioni della coscienza vanno superate in quanto retaggi di cultura; c'è bisogno di una sostanziale oggettività rispetto a ciò che abbiamo imparato sin da piccoli, in modo tale da poter analizzare le cose con più rigore e indiscrezione.
Sempre nel libro La musica della vita, Noble propone un esperimento mentale: immaginare un individuo in uno stato di deprivazione sensoriale completa, e afferma che "il cervello lasciato a se stesso non comunica, e non ha senso attribuire la coscienza a qualcosa che non è in grado di comunicare". Tutto ciò mi ha fatto riflettere: è come se Noble attribuisse alla coscienza la sola capacità di interagire con il mondo esterno. In realtà è proprio questo che fa, ma c'è una componente che in realtà ha dimenticato. Come reagirebbe una mente adulta alla deprivazione sensoriale? Cadrebbe nel vuoto o forse interagirebbe con le esperienze già vissute? Eppure la risposta dovrebbe essere abbastanza scontata, vista la ancora esigua quantità di persone che hanno raccontato il brivido di entrare in una vasca di deprivazione sensoriale. La mente crea delle allucinazioni la quale esistenza è possibile solo grazie al fatto che le sensazioni sono state già provate nella vita reale! La deduzione sembra ormai palese: la coscienza vista come un processo di registrazione, consapevole o inconsapevole, dell'esperienza vissuta, anche della più semplice, che permette di sviluppare quel lento processo di crescita individuale che caraterizza l'intera esistenza di ogni essere umano. La "memoria" risulta quindi la parte fondamentale della nostra essenza! Basti pensare alle ripercussioni che possono portare in un individuo adulto esperienze negative avute durante l'età infantile, o anche di come un'esperienza straordinariamente positiva ci possa cambiare completamente il modo di vivere la vita. Non è difficile poi pensare alle minime esperienze di vita quotidiana che influenzano la nostra coscienza, anche se in minima parte, come se fossero dei piccoli mattoni che uniti formano una casa!
È un ritorno alla filosofia vitalistica di Bergson.
Arrivati a questo punto è bene essere consci delle conseguenze pratiche che una teoria del genere comporta. Ad esempio, che ruolo avrebbe la responsabilità individuale in questa visione delle cose? L'individuo non sarebbe più responsabile completamente delle sue azioni, perché esse sono influenzate in una maniera o nell'altra da esperienze positive o negative vissute! Se da una parte la preoccupazione più grande sarebbe a chi attribuire il crimine compiuto da una persona, dall'altra ci sarebbe la "utopistica" possibilità di debellare le azioni criminose direttamente alla radice.
Luca Martis

martedì 17 dicembre 2013

Il privilegio di ridere e far ridere

Anche oggi, prima di scrivere, sono entrato in crisi di argomenti. Il punto è che i temi che si vogliono trattare sono tanti e i problemi nascono quando questi devono essere sviluppati.
Poi però la lampadina si è accesa e almeno per oggi so di cosa parlare.

L'umorismo, l'ironia, la comicità, il sarcasmo, sono parole che descrivono modi di dire e di fare volti a far ridere e riflettere. Questo binomio risata-pensiero oscilla in base alla qualità dell'affermazione: se si pronuncia una battuta grassa, essa non nasconde perle di saggezza (o almeno dovrebbe essere così), quando invece la frase pronunciata risuona come serpentina e pungente, allora ecco che dietro quell'insieme di parole molto probabilmente risiede un concetto che va molto al di là della battuta ed invita a riflettere.

Andando oltre le proprie preferenze, una battuta è essenzialmente un corpus di parole che almeno nella teoria dovrebbe suscitare sorrisi e risate. Niente di più naturale e piacevole ma niente di più delicato e sottile.
Pirandello (ebbene si, ho reminiscenze del liceo) distingueva tra comicità e umorismo: la prima è un qualcosa di ingenuo e disinteressato, la seconda è un che di più amaro. Lo scrittore nel saggio l'Umorismo (1908) spiega, disserta e ragiona su questa differenza e ci fa capire che dietro una semplice frase si cela un qualcosa di più complesso e intricato.
Ancora più ramificato è l'uso che si fa del sarcasmo. Come dicevo in un precedente articolo, la politica italiana verte (quasi) esclusivamente su slogan e frasi divertenti (la battuta, cosa nobile, al servizio della ricerca del voto).

Ma senza addentrarci nel pensiero di grandi scrittori (non riuscirei a rendere bene i loro concetti) mi limito ad esaltare e a mostrare apprezzamento verso tutto il mondo della battuta e dell'umorismo, del sorriso e della risata.

La relazione che intercorre tra espressione (verbale e gestuale) e risata è benefica a prescindere: la risata nel caso della comicità grassa fa stare un po' meglio le persone che possono essere tristi e il sorriso nel caso della pungente battuta fa riflettere e scardina miti e falsità.
A ben pensare, l'umorismo e l'ironia sono gli strumenti al servizio dei rapporti sociali e dell'intelligenza.
La scienza avvalora questa tesi poiché sono sempre più numerosi gli studi che confermano che dietro una risata o un sorriso l'individuo sviluppa una sensazione di felicità e allegria, nella migliore delle ipotesi riesce a guardare con ottimismo la realtà che lo circonda.
Altre ricerche mettono in luce che il sorriso è contagioso e migliora l'ambiente della comunità.


Insomma, come le cose più belle, l'umorismo e la risata sono azioni semplici e naturali. Il mio augurio (che faccio anche a me, permettetemi) è che non dobbiamo mai smettere di essere comici (tutti lo siamo), di essere pungenti, di ridere e di sorridere. L'umorismo fa stare bene e fa ragionare … Forse nel mondo dell'espressione, non c'è niente di più bello ed efficace.

Corrado Schininà

lunedì 16 dicembre 2013

Il pensiero di un cantautore anarchico: Fabrizio De Andrè.

Nato a genova il 18 febbraio 1940 da una famiglia d'alta borghesia, già all'età di 17 anni Fabrizio De Andrè comincia a frequentare i circoli libertari della sua città, non discostandosi più dal pensiero anarchico. Grazie al padre inoltre, aveva la possibilità di ascoltare i dischi di George Brassens, che per lui non fu solo un maestro didatticamente parlando, ma soprattutto un maestro di vita. Gli insegnò che la ragionevolezza e la convinvenza sociale autentica si trovano maggiormente in quella parte umiliata ed emarginata della società. Infatti, per De Andrè, fare musica significava soprattutto raccontare storie di gente comune, col fine di capire meglio il mondo in cui viveva.
 Più che gente comune sono gli emarginati i protagonisti delle sue canzoni, le persone che stanno all'ultimo gradino della scala sociale, che cercano e trovano la propria libertà contrastando necessariamente con la legge. Le canzoni come Bocca di rosa, Il Pescatore, o ancora Nella mia ora di libertà (quando pronuncia la frase "ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame"), ne sono un esempio. Tendeva sempre a giustificare e di scusare socialmente certe azioni che erano magari delinquenziali per il fatto che le persone che le commettevano non avevano avuto quell'opportunità di poter essere uguali agli altri, soprattutto dal punto di vista economico, ma anche per l'impossibilità di studiare.
Esemplare è Ballata di Michè, in cui viene raccontata la storia di Michele Aiello, emigrato del sud che, sentendosi al di fuori della società a cui era approdato, aveva un'unica cosa: una donna a cui appigliarsi. Ma qualcuno più ricco di lui aveva tentato di portargliela via; lui l'aveva ucciso e gli avevano dato 20 anni di galera.
In tutta la sua discografia si può notare l'impronta puramente anarchica di De Andrè, da brani che vanno dall'antimilitarismo (come La guerra di piero e girotondo), alla prostituzione (Via del campo e Bocca di rosa), dagli atti folli d'amore (Ballata dell'amore cieco o della vanità) a temi rivoluzionari e puramente anarchici (La canzone del maggio, Il bombarolo, Se ti tagliassero a pezzetti), ma secondo me il pezzo che più caraterizza il suo pensiero è La città vecchia. De Andrè s'ispirò alla omonima poesia di Umberto Saba e in questo post vorrei confrontarle. Qui di seguito è esposta quella si Saba:

Spesso, per ritornare alla mia casa
Prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
Qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
Dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
Che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
Il mio pensiero farsi
Più puro dove più turpe è la via.
_______________
Il poeta ci presenta l'affollato quartiere del porto di Trieste facendoci capire molto velocemente il degrado che caratterizza le persone che lo popolano. Ma Saba scorge la presenza dell'infinito, e quindi di Dio, in queste persone che mostrano tanta umiltà.
Qui potrete trovare il testo di Fabrizio De Andrè: La città vecchia.
La differenza fra i due testi salta subito agli occhi: pur adottando lo stesso titolo e persino gli stessi protagonisti (sono presenti in entrambi la figura della prostituta e quella dei "quattro pensionati mezzo avvelenati", rappresentati in Saba come "il dragone che siede alla bottega" e il "vecchio che bestemmia"), nei protagonisti di De Andrè Dio non è presente, anzi; Egli non "dà i suoi raggi". Per quanto mi riguarda inoltre, Saba opera nei suoi personaggi una sorta di compassione legata probabilmente al suo credo religioso, una caratteristica che in De Andrè si traduce in una comprensione profonda della loro condizione di emarginati ("se non sono gigli") e delle loro azioni. 

Luca Martis


sabato 14 dicembre 2013

L'isola delle Rose

Di recente ho dato un esame di storia contemporanea. Si presume che dovrei aver acquisito un'ampia conoscenza sul recente passato dell'uomo tuttavia credo che l'obbiettivo sia riuscito a metà.
Le nozioni fondamentali per fortuna sono rimaste nella mia testa (vediamo tra qualche giorno cosa mi ricorderò), ma dietro la “Grande Storia”, quella conosciuta da tutti, vi sono vicende che passano in secondo piano e sebbene non sembrino rilevanti, nascondono dietro di sé una storia sicuramente interessante da raccontare.

Quanti di voi conoscono l'Isola delle Rose? A dispetto del nome, che sembra uscito da un romanzo, questo luogo doveva rappresentare l'utopia della civiltà, nel senso più alto del termine.
Come spesso accade, l'idea quando si tramuta in realtà diventa un grigio ricordo delle aspettative iniziali e questa storia non fa eccezione.

L'Isola delle Rose nacque nel 1968 in una piattaforma artificiale non molto distante dalle coste emiliane. Il padre della micro-nazione fu Giorgio Rosa, ingegnere bolognese.
Si disse che la ragione principale della nascita di questo stato-piattaforma era soprattutto economica: ottenere un ruolo di rilievo internazionale nei commerci sfruttando la posizione logistica della piattaforma, altri credono che lo stesso Rosa sia stato un fascista (in effetti fu soldato repubblichino) il cui scopo era quello di costruire lo stato-piattaforma per renderlo un paradiso fiscale dal quale potersi rifugiare.
Andando oltre insinuazioni e supposizioni, proviamo ad essere meno materialisti e più idealisti: un carattere della Repubblica delle Rose era la lingua. Non era l'italiano, sebbene tutti coloro che parteciparono alla nascita dell'isolotto erano emiliani, e non era nemmeno l'inglese, che in clima sessantottino avrebbe significato riconoscere la globalizzazione come un fenomeno positivo, bensì l'esperanto: questo idioma, sconosciuto a molti, è una lingua artificiale creata in finir dell'800 dall'oftalmologo polacco Zamenhof il quale puntava nell'unir sotto un unico verbo la popolazione mondiale, senza dare privilegi o giustificare sopraffazioni delle altre lingue.

L'isola, raccontano chi ha partecipato al progetto della piattaforma, doveva essere un tempio culturale, il luogo delle arti e dell'estetica, dell'amore per il sapere e della vita.
Un sogno che durò solo 53 giorni: il 1° maggio l'isola venne dichiarata indipendente e in meno di due mesi il governo italiano risolse diplomaticamente l'intricata questione e fece desistere Rosa e i suoi. La piattaforma verrà distrutta l'anno dopo e con essa l'illusione di vivere un'utopia.

A mio giudizio la storia è avvincente e sicuramente interessante. Ma non tutti (come dimostrano gli esempi fatti sopra) vedono la vicenda come un qualcosa di romantico e appassionato.

Si sa, la storia è travagliata e su di essa si speculano teorie e supposizioni. E' giusto così per provare a ricercare la verità, intanto, sviluppiamo le nostre opinioni.


                                         (bandiera dell'isola delle Rose)
Corrado Schininà

venerdì 13 dicembre 2013

Ragione e Coscienza come ricchezza immensa.

"[...] e considerando quello che è il mondo di oggi, con tutte le sue miserie, i suoi conflitti, le sua sconcertante brutalità, le sue aggressioni e così via... L'uomo è ancora com'era in passato. 
È ancora brutale, violento, aggressivo, avido, competitivo. Ed ha costruito una società basandosi su questi principi.[...]"
Questa frase, pronunciata dal filosofo apolide Jiddu Krishnamurti, ci comunica qualche cosa di terribilmente vero. Di fatti, se ci si ragiona un po' su, si arriva alla conclusione che questa società non è malata, non è affetta da un virus che ha contratto in un momento determinato della storia, no; bensì è nata così! Sembra però che in questo periodo di crisi, non solo economica ma anche delle coscienze, quest'aspetto si sia fatto più rilevante, più forte, tanto che tutti percepiamo il degrado e la mancanza di buon senso e cultura. Nessuno si fida più del suo prossimo, la criminalità è a livelli altissimi e i suicidi sono all'ordine del giorno, insomma, questo periodo è caratterizzato dalla follia. Una sorta di neo-decadentismo inonda la nostra società, e purtroppo non si tratta di alcun movimento artistico relazionato al superomismo D'Annunziano o al "fanciullino" di Pascoli.
Il problema di fondo qual è? E' la società capitalista che ha diffuso questo senso di follia? No, anche se il sistema di cui attualmente facciamo parte porta i suoi enormi problemi all'uomo comune, possiamo benissimo riscontrare problematiche simili, o addirittura peggiori, in altri tipi di sistema, come quello comunista o fascista. Ma si può tornare ancora più indietro nel tempo e analizzare le grandissime disugualianze e ingiustizie che erano presenti nella società medievale ad esempio, o ancora all'epoca dell'impero romano, caratterizzato da numerosissime congiure attuate per arrivare al potere!
E' evidente ora che i diversi tipi di società e/o sistema realizzati sino ad ora dall'uomo sono il frutto, le varie conseguenze, di questa follia generalizzata. Infatti, se si analizzano le varie epoche storiche, mai e poi mai un popolo è stato pienamente coerente e moralmente ed eticamente corretto. Molti dicono che l'indole umana è negativa, che l'uomo è portato a compiere certe azioni per natura, ma questo discorso non è solo non credibile, ma addirittura molto superficiale, dando una giustificazione troppo banale al problema, non trovate? Perciò è più saggio pensare che l'uomo, dal momento in cui si è civilizzato, è stato educato sempre in una certa maniera, con dottrine e dogmi che evidentemente portano alla sua involuzione.
Nel film Waking Life, Louis Mackey, oltre a dire che non si sono mai sviluppati i valori più importanti, si chiede "quali sono le barriere che impediscono all'essere umano di arrivare perlomeno vicino al suo vero potenziale?" sostenendo che la risposta sta nello stabilire quale sia la caratteristica universale più comune, ovvero la paura o la pigrizia.
Le persone, oggi come non mai, dovrebbero aprire la mente e cercare di capire individualmente quali barriere sono da abbattere, ragionando coscientemente e annientando così il conformismo di massa che caratterizza la nostra epoca e l'educazione millenaria di cui si parlava prima. Ogni uomo, inoltre, dovrebbe farsi carico delle idee a cui è arrivato e sostenerle come fossero la cosa più preziosa che egli stesso possiede. La ragione è la cosa più importante per un uomo. La frase di Krishnamurti sopracitata finisce così:
"Quello che stiamo cercando in tutte queste discussioni qui è di vedere se noi possiamo radicalmente portare ad una trasformazione della mente. Non accettare le cose per quello che sono, ma per capirle, per esaminarle, dai l’anima e la tua mente per tutto quello che dovete scoprire. Un modo di vivere differente. Ma, che dipende da te e non da altri. Perchè qui non ci sono insegnanti, né allievi, non c’è alcun leader, né guru, non ci sono maestri, né salvatori. Tu stesso sei l'insegnante, e l'allievo, tu sei il maestro, il guru, tu sei il leader, tu sei tutto!E capire significa trasformare quello che è."

Luca Martis (N.B. post tratto da rompilecatene.blogspot.it)

Qui sotto vi proporrò due video: il primo sarà quello da cui ho tratto la citazione per questo post; il secondo invece sarà lo spezzone di Waking Life.

 

giovedì 12 dicembre 2013

Globalizzazione antidemocratica.

Tutti ormai sanno che una delle più importanti protagoniste contemporanee è proprio la globalizzazione, grazie alla quale tutto il mondo riesce a comunicare e per la quale tutti i popoli di tutte le nazioni saranno uniti affinchè l'economia mondiale si sviluppi sempre di più, creando un mondo sempre più vivibile e con più benessere per tutti. Nonostante ciò, è sempre meglio chiedersi se questa sia la realtà o una pura immagine idilliaca, frutto dell'immaginazione di qualcuno.
Il mito della globalizzazione è stato propagandato come se fosse l'idea più geniale che i pensatori capitalisti abbiano mai partorito, illudendo inizialmente la popolazione che fosse una cosa benevola e soprattutto necessaria affinchè il mercato si sviluppasse sempre di più in un'ottica mondiale. Ma ciò che differenzia l'illusione dalla verità sta nel fatto che l'illusione non è reale. E' evidente che con questo non si nega il fatto che la globalizzazione non abbia portato benefici e benessere, no, tuttavia è bene mettere in evidenza ciò che ha tolto, che ha portato via non solo a noi ma bensì a tutto il mondo.
Innanzittutto molto sta in mano di pochi, ovvero una parte del globo, l'occidente, ha la maggior parte della ricchezza mondiale e, a sua volta, in occidente un numero esiguo di famiglie possiede tutta la ricchezza del mondo, basti pensare ai banchieri più potenti come i Rothschild o ai Rockefeller, mentre la maggioranza della popolazione è stremata economicamente da quest'ultima crisi in atto. Lo strapotere economico in mano a quest'elitè finanziaria porta, come conseguenza, ad una dittatura del mercato finanziario, che comporta ancora un'importante influenza sull'andamento della politica non solo mondiale, ma anche interna dei singoli Paesi; ciò che ne scaturisce è un'involuzione antidemocratica per quanto riguarda la politica di istituzioni come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale.
Un altro aspetto ormai lasciato decadere nell'oblio ma comunque sia ancora molto importante è la distruzione delle varie realtà culturali locali, che come ben sappiamo, caratterizzavano tutta la penisola italica. Molto interessante a questo proposito è l'intervista fatta a Pier Paolo Pasolini: egli infatti osserva come il fascismo non abbia effettivamente portato a termine quel processo di omologazione che invece, nel giro di pochi anni, la società moderna, il capitalismo e la globalizzazione ha già portato a termine, distruggendo la tradizione, i valori e le realtà locali.
E' sorprendente il fatto di come certi economisti esaltino questo processo di globalizzazione alla TV, come il caso dell'ex ministro Tremonti, il quale durante una puntata di Annozero, ora Servizio Pubblico, inizialmente pareva titubare sulle modalità di attuazione di questo processo, definendo i pensatori di questa filosofia come dei "pazzi illuminati", ma dopo pochi minuti offrì considerazioni positive per la globalizzazione e spaventosamente antidemocratiche ad un pubblico ancora ignorante sull'argomento. Un metodo simile lo utilizzò anche Mario Monti, del quale si ricordano le numerose partecipazioni al Club Bilderberg e il suo lavoro alla famosa banca Goldman Sachs, quando venne nominato governante d'Italia, pronunciando le fatidiche parole "cessioni di parti di sovranità nazionali", un evento che ancora sconvolge i militanti della sovranità monetaria. Per non parlare infine dei vari personaggi che compongono il governo attuale e che prendono parte ancora una volta alle riunioni del Club Bilderberg (tanto per citarne due, Enrico Letta ed Emma Bonino). 
Il popolo deve rendersi conto che quest'elitè non fa assolutamente i suoi interessi, ma bensì i propri, lanciando un sistema malato e privo di ogni interesse per il bene comune. Il popolo ha il dovere di informarsi realmente sulle politiche mondiali, capire che il fine ultimo della globalizzazione è arrivare ad un sistema di governo mondiale antidemocratico, ed infine ribellarsi.

Luca Martis
 (N.B. tratto da rompilecatene.blogspot.it)

Parole efficaci, Pensieri vuoti

Certo, se il giorno prima scrivo un articolo (appassionato e particolarmente sentito) sulla filosofia e il giorno dopo mi ritrovo a parlare di politica, allora mi rendo conto che un downgrade nei temi e nell'immaginazione è stato compiuto.

Tuttavia, provando a pensare ad un articolo per oggi (vi rassicuro, non riuscirò a scrivere sempre), la prima idea che mi è saltata in mente ha riguardato la comunicazione politica e i mezzi coi quali si può attirare il consenso: se ci facciamo caso, Renzi, Berlusconi e Grillo sono i tre leader dei principali schieramenti e il loro modo di attirare i voti si basa sul carisma e sulla battuta.

Analizzando un po' più a fondo, Berlusconi dà l'immagine dell'uomo che si è fatto da sé (anche se da qualche tempo è diventato il nuovo martire della democrazia), Renzi si presenta come il nuovo che avanza, Grillo come lo tsunami in grado di terremotare la Gomorra del parlamento.

Fin qui, opinioni positive e negative a parte, non ho niente da obiettare. Sulla scena politica ognuno deve recitare una parte per attirare consenso. Il problema si pone caso mai nel momento in cui bisogna discutere di temi un po' più impegnativi, le cui soluzioni non stanno né in semplificazioni, né in divertenti battute del buonumore.

Ed è proprio quando esploriamo temi impegnativi che troviamo i nostri leader in difficoltà.
Berlusconi ha fatto una campagna elettorale basata sull'abolizione dell'IMU, Renzi ha dato vita alla Leopolda (con i famosi cento tavoli, nei quali, si sono ribadite le solite cose, dette sempre con la forma dello slogan e mai dettagliando le riforme), Grillo si rifiuta di partecipare ad ogni confronto (per non mischiarsi al teatrino della politica dice lui, per non avere contraddittorio dico io).

Dal mio punto di vista, da qualsiasi prospettiva si guardi la cosa, potranno fare ridere (qualcuno di loro mi suscita la reazione contraria), potranno essere telegenici, ma in tema di competenze mi tengo il beneficio del dubbio: nel caso di Berlusconi per le sue esperienze di governo, nel caso di Renzi per la sua superficialità in merito ad alcune questioni, nel caso di Grillo per alcune sue uscite (non ultima la proscrizione dei giornalisti, che rimanda a ricordi non troppo piacevoli di “libertà al bavaglio”).

Non ultimo, e termino la mia critica (forse alcuni lettori potranno giudicarmi come pseudo-intellettuale, saccente e petulante) vorrei porre in analisi anche il metodo di intervista.
Non so quanti di voi abbiano visto il confronto tra i candidati del PD, ma discutere di temi importanti nel giro di 30 secondi è uno sporco lavoro nel quale il politico dà semplici slogan, dice poche cose e soprattutto non dice. Il tutto mentre la platea applaudisce e urla come se assistesse ad una partita di pallone. Di questo tipo di confronto c'è bisogno, sia chiaro, ma deve essere altrettanto chiaro (almeno secondo me) che un voto non lo si da a chi è stato il più simpatico. In questo senso servirebbero, oltre allo schema del botta-risposta, anche interviste più lunghe nelle quali il giornalista incalza e spinge il candidato X a dare risposte concrete e dettagliate.

Ma vabè, questi sono solo monologhi di strano studente di filosofia. Soltanto opinioni. 

Corrado Schininà